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mercoledì 9 dicembre 2009

IL GENITORE: RISORSA "QUASI PERFETTA"

Titololo originale: Il genitore del bambino principiante: una risorsa "quasi perfetta"
Autore: Luciani Mauro (Pedagogista - Università degli Studi di Perugia)
Tratto da: www.tennislab.it

Fra i vari argomenti di pedagogia sportiva che vengono generalmente affrontati, quello del ruolo e dell'influenza dei genitori degli allievi non è mai tenuto in sufficiente considerazione. Eppure il genitore interagisce anche profondamente con l'ambiente sportivo frequentato dal figlio e, in ultima analisi, può favorire o ostacolare significativamente il suo apprendimento o rendimento.
Immaginando la tipica situazione di un genitore che accompagna per la prima volta il figlio ad un corso di tennis, possiamo fare alcune considerazioni. La prima riguarda la motivazione: perché quel bambino inizia a praticare sport? perché proprio il tennis? perché proprio in quel circolo? E ancora: cosa si aspetta? E soprattutto: cosa si aspetta il genitore?
Il genitore, che lo voglia o no, fa sempre un investimento sul figlio in termini di emozioni e aspettative. La possibilità che l'avviamento del bambino al tennis sia soprattutto un'iniziativa del genitore piuttosto che del figlio, è molto forte. Non che questo sia deprecabile: tutt'altro. Bisogna però stare attenti a non trasformare un'iniziativa lecita e facente parte delle funzioni del genitore, in un atteggiamento coatto che non coinvolge per niente l'interesse del figlio. In altri termini, per una serie di circostanze è possibile che il bambino non abbia alcuna esperienza di tennis né giocato né guardato, per cui è il genitore appassionato che gli fa scoprire questo mondo; ma è fondamentale che la scoperta avvenga gradualmente, che si monitorizzi costantemente il reale interesse del bambino, che si intravedano in lui delle potenzialità future in questi termini. Le "vecchie" motivazioni, del tipo "è portato per questo sport", oppure "l'ho fatto io quindi mi aspetto che lo faccia anche mio figlio", o ancora "ho il circolo sotto casa", oggigiorno non reggono più. Che poi il tennis si sia ultimamente un po' "nascosto" e sia meno visibile di altri sport al grande pubblico, questo è un altro discorso.
Una volta inserito il bambino nel corso, il ruolo del genitore si fa meno evidente ma parimenti importante. Non sempre nel tennis è possibile seguire la lezione dei bambini, specie d'inverno e sotto i palloni. Né sarebbe auspicabile una presenza costante e asfissiante dell'adulto. Il bambino deve crescere nella nuova realtà e, per farlo, deve poter interagire liberamente con i compagni e il maestro. E' deleterio però anche l'atteggiamento opposto, quello della completa latitanza del genitore. Occorre pertanto un equilibrio che renda quest'ultimo presente ma con discrezione, interessato ma non asfissiante, informato ma non pressante nelle domande. Soprattutto, deve lasciar fare il proprio lavoro all'insegnante. Come nel calcio, anche nel tennis è facile avere a che fare con genitori fai-da-te che si credono assolutamente esperti di tecnica e metodologia tennistica.
C'è da dire che le possibili ingerenze del genitore non investono quasi mai il maestro in prima persona, ma si rivolgono al bambino, spesso preso da parte e consigliato su questo e quello. Talvolta questo "lavaggio del cervello" avviene lontano dai campi da tennis, magari a casa o sulla strada per il circolo.
Il ruolo del genitore del bambino principiante deve invece essere un altro. Oltre a quanto già accennato, egli può risultare una valida risorsa nei momenti di flessione di interesse del figlio, che vanno gestiti soprattutto al di fuori della lezione e rispetto ai quali l'insegnante non sempre può fare qualcosa. Anche in questo caso il genitore deve ricordarsi sempre di non scivolare mai in atteggiamenti di coazione o, peggio, di ricatto. Come tutte le crescite, anche questa avviene per "strappi" successivi e mai costantemente. Le flessioni sono fisiologiche e, per certi versi, salutari. In alcuni casi sfociano in abbandoni irrecuperabili, ma in molti altri sembrano fornire nuova vitalità che verrà spesa successivamente. E' un rischio che bisogna correre.
Se, come spesso avviene, il genitore è a sua volta giocatore, le sue possibilità di influenzare positivamente il figlio aumentano. Sempre che il suo atteggiamento resti equilibrato. Spendere per esempio qualche ora per giocare insieme, quale che sia la differenza tecnica fra i due, appare come un'occasione importantissima. Sempre ché non si voglia sottoporre il bambino ad un supplemento di lezione, ad un allenamento in più! Al contrario, la partitella fra genitore e figlio dovrà fornire l'occasione a entrambi di comunicare in modo diverso fra loro, di creare e alimentare una complicità, di ingrandire quel serbatoio di interessi in comune che avrà importanza per cose anche molto più grandi del tennis. In termini tecnici, il genitore deve in questa occasione realmente giocare col figlio, senza impartire alcun consiglio tecnico o tattico, senza mortificarlo in alcun modo e semmai sottolineando gli eventuali miglioramenti.
Un ultima notazione pedagogico-tecnica può riguardare i primi tornei, magari quelli di fine corso, del bambino. E' probabile che in questa occasione il genitore sia assiduamente presente. Magari non lo dà a vedere, ma è fortemente interessato al risultato del figlio. Bene, ricordarsi di agire sempre con equilibrio e positività. Non enfatizzare il risultato positivo, non condannare nemmeno quello negativo. Spesso si dice che l'importante è giocare bene, al meglio delle possibilità e che il risultato a questo livello non conta. E' vero, ma non del tutto. È importante aver espresso in torneo le proprie possibilità, ma non sempre questo riesce! Se il giocatore, che per di più è un bambino alle prime armi, gioca peggio di come potrebbe, è inutile fargli mille discorsi, sia di segno positivo che negativo. Indipendentemente da come il bambino stesso l'ha presa, il genitore deve cercare di distogliere rapidamente la sua attenzione dal fatto.
E' in questo senso che il genitore è una risorsa "quasi perfetta" per il figlio: come in tutte le altre occasioni educative, è facile sbagliare atteggiamento ma è possibile anche migliorarsi. Le variabili in gioco sono tanti e tali che quel "quasi" è d'obbligo. In fondo è questo il torneo che deve giocare il genitore: anche lui è chiamato a dare il meglio di sé.

TENNIS E GIOVANI: METODO SCHMIDT

Titolo originale: TEORIA DELLO SCHEMA DI SCHMIDT E TENNIS GIOVANILE
Tratto da: www.tennislab.it

Dall’ intervista a Claudio Robazza emergono importanti principi di riferimento metodologico-didattici per una corretta e funzionale strutturazione dell’attività giovanile nel tennis.

Le esperienze da atleta di alto livello (rugby), da insegnante di educazione fisica, da psicologo responsabile della preparazione mentale di atleti di vertice di numerose discipline (atletica leggera, karate, rugby, tiro a segno, tiro con l’arco, golf, pentathlon moderno), nella cui veste ha preso parte alle ultime due Olimpiadi, probabilmente hanno contribuito a dare a Claudio Robazza la capacità di riportare efficacemente e con naturalezza le acquisizioni teoriche e metodologiche maturate con la ricerca sul piano pratico e operativo.
Partendo da un evoluto e moderno modello dell’apprendimento motorio, la teoria dello schema di Richard Schmidt, proviamo a individuare dei principi metodologici funzionali alla corretta strutturazione dell’attività giovanile ed evoluzione dei giovani tennisti.

Tennislab: Vuoi illustrarci la teoria dello schema di Schmidt e quali indicazioni possiamo trarne riguardo l’ apprendimento motorio e la metodologia di insegnamento del tennis?
Robazza: La teoria dello schema di Schmidt è un approccio di tipo teorico al controllo e all’apprendimento motorio. Fondamentalmente si basa sulla concezione del programma motorio generalizzato che risolve alcuni problemi di memorizzazione delle informazioni.
Precedentemente a questa teoria si pensava che i movimenti fossero tutti controllati da programmi motori distinti. Ma in tal caso qualsiasi gesto diverrebbe troppo difficile e poco economico dal punto di vista del funzionamento dei meccanismi nervosi centrali e dei processi di memorizzazione, perché dovremmo memorizzare e recuperare una quantità enorme di informazioni per eseguire anche i più semplici movimenti.
Per risolvere il problema della quantità di informazioni da memorizzare è stato proposto da Richard Schmidt il concetto di programma motorio generalizzato per lo svolgimento di una classe di azioni simili.
Ad esempio, per camminare a velocità diverse recuperiamo dai nostri sistemi di memoria il programma motorio della locomozione che poi può essere “parametrizzato” per essere adattato alle diverse velocità esecutive: Il programma motorio della locomozione viene così modificato per rispondere ad una molteplicità di situazioni. Questo concettualmente è molto importante.
Un programma motorio ha caratteristiche che lo contraddistinguono, quindi la marcia differirà dalla corsa o dai balzi per i segmenti corporei coinvolti, per la sequenza delle contrazioni e decontrazioni muscolari, per il tempo esecutivo, per la scansione temporale dei movimenti. Qualsiasi movimento complesso o gesto tecnico automatizzato rappresenta una classe di azioni utilizzabili in varie circostanze.
I parametri di velocità, forza, direzione, ampiezza da applicare al programma, affinché sia adattato alle esigenze, sono definiti dallo “schema di richiamo”, anche questo contenuto in memoria. Pertanto, se devo spostarmi per una certa distanza per prendere un oggetto, seleziono dalla memoria a lungo termine il programma della locomozione e quindi lo adatto alla situazione, attraverso lo schema, per muovermi più o meno velocemente.
Applicando questi concetti all’apprendimento sportivo assume enorme importanza il principio della variabilità poiché dovendo adattare il programma ad una classe di azioni devo cercare di far sperimentare all’atleta parametri d’azione diversi per velocità, direzione, forza, ecc.
La variabilità nei parametri esecutivi del programma motorio è soprattutto importante negli sport di situazione, dove una qualsiasi azione è diversa dalle altre.
Nel tennis può fare in parte eccezione il servizio, dove il movimento tende a corrispondere ad un modello ideale prestabilito, ma nel momento dello scambio non esiste più un’azione esattamente uguale all’altra, poiché mutano velocità e ritmo esecutivo. Il programma che controlla l’esecuzione tecnica durante gli scambi deve essere adattato costantemente alla situazione. In allenamento, quindi, va ricercata un’ampia variabilità di esecuzione delle tecniche esecutive.
Inoltre, tanto più i soggetti sono giovani e tanto più bisogna variare, accanto ai parametri esecutivi, anche i programmi motori (le tecniche sportive) attraverso un’ampia gamma di esperienze per fornire una base ampia su cui fondare l’apprendimento tecnico specifico.
Dal punto di vista didattico, pertanto, con i giovani va ricercata un’ampia quantità di esperienze variate (modifiche di programmi e di parametri), mentre al progredire dell’esperienza e della specializzazione si dovrebbe insistere prevalentemente sulla variazione dei programmi specifici.

Tennislab: Quindi ritieni che l’insegnamento di uno sport complesso e altamente tecnico come il tennis debba necessariamente passare attraverso una alfabetizzazione della motricità e lasciare, inizialmente, quasi in secondo piano gli aspetti meramente tecnici della disciplina?
Robazza: Si. Con i giovani bisogna tenere in considerazione le fasi sensibili dello sviluppo, perché vi sono dei periodi durante i quali lo sviluppo di determinate capacità motorie ha il massimo di possibilità di successo.
La fascia sensibile di sviluppo delle capacità coordinative va dai 6 anni ai 10-11 anni circa. Questo non vuol dire che dopo non si possano più ottenere miglioramenti, però se lavoriamo bene in questo periodo d’età, facendo fare esperienze motorie variate, sollecitando tutte le capacità coordinative, aumenta la possibilità di conseguire risultati ottimali.
Il lavoro sulle capacità coordinative nei giovani tennisti va effettuato ad ampio raggio lavorando, in particolare, su quelle particolarmente richieste dalla disciplina quali la reazione motoria complessa, la trasformazione e l’adattamento dei movimenti, l’orientamento spazio temporale, la differenziazione cinestesica, l’equilibrio statico e dinamico, la combinazione motoria. Va anche considerata la rapidità, che pur essendo classificata da alcuni autori come capacità condizionale ha una fase sensibile di sviluppo che corrisponde a quella delle capacità coordinative. Nel lavoro coordinativo e tecnico, quindi, vanno effettuati movimenti con elevata rapidità esecutiva.
Accanto alle capacità coordinative vanno considerati gli aspetti cognitivi, considerata la loro importanza nel tennis. Peraltro, le capacità cognitive hanno una fase sensibile di sviluppo che tende a coincidere con quella delle capacità coordinative. Questo rivela la stretta connessione fra capacità coordinative e cognitive.
Per capacità cognitive si intendono i processi di elaborazione delle informazioni costituiti dalla presa delle informazioni, dall’orientamento dell’attenzione sulle informazioni rilevanti anche ampliando o restringendo il focus attentivo, dalla memorizzazione efficace delle informazioni e dal recupero delle informazioni memorizzate, dai processi decisionali di anticipazione dell’azione e di scelta e parametrizzazione del programma motorio corretto.
Tutti questi processi cognitivi vanno allenati con delle attività variate, facendo riferimento ai criteri che dicevamo prima. Le esercitazioni possono comprendere variazioni di spazi esecutivi, richieste motorie, velocità e tempi. Ad esempio, dopo una prima fase di acquisizione tecnica possono risultare efficaci movimenti a diversa velocità o sotto costrizione temporale.

Tennislab: Quindi la tecnica assume una importanza subordinata allo sviluppo dei prerequisiti motori. Condivido questo modo di vedere che contrariamente a quanto può sembrare valorizza l’apprendimento della tecnica specifica, facendone il fine della pratica tennistica e non solo il mezzo.
Ritengo che spesso si sia danneggiato il potenziale degli individui con una precoce specializzazione tecnica. Cosa pensi che si potrebbe fare riguardo alle competizioni giovanili?
Robazza: La specializzazione precoce è un problema che coinvolge gli allenatori, i tecnici, i genitori, i dirigenti e tutto l’ambiente sportivo.
E’ necessario far capire a queste persone, che rivestono ruoli importanti, che un lavoro tecnico ripetitivo e specializzante, pur consentendo di ottenere risultati precoci, è pericoloso e tende a compromettere l’evoluzione dei ragazzi.
Lavorando sulle abilità motorie coordinative, cognitive o mentali non si danneggia la tecnica, in realtà si creano i presupposti per potervi lavorare meglio, ma i risultati non è detto che debbano venire subito, perché avremo degli effetti motori e funzionali a lungo termine. Va anche considerato l’influsso deleterio che la monotonia di una specializzazione precoce determina sotto il profilo motivazionale. I danni psicologici derivanti dall’ipertecnicismo potrebbero essere irreparabili e condurre all’abbandono.
Pertanto è sicuramente preferibile un approccio che trascuri momentaneamente la specializzazione, per recuperare tutto ciò che è collegato agli aspetti motori coordinativi e cognitivi, posticipando il lavoro specialistico, consapevoli di poter ottenere in seguito risultati migliori.
Tennislab: A volte però risulta difficile prospettare risultati a lungo termine, perché maestri, genitori, dirigenti, li vorrebbero a breve, malgrado la statistica dei risultati in Italia confermi quanto stai dicendo, infatti i vincitori della Lambertenghi solitamente non hanno ottenuto risultati di prestigio in età adulta. Addirittura in Svezia, dove si formano giocatori oltre che forti anche precoci, non si disputano tornei nazionali under 12.
Sono convinto che il tuo discorso debba essere approfondito per portare delle innovazioni sostanziali nell’impostazione delle gare giovanili.

Robazza: Si, ma questo deve passare attraverso una revisione proprio delle richieste motorie o competitive che vengono fatte ai ragazzi.
Richiede un processo a lungo termine che si sviluppi nel corso del tempo e che cambi proprio la filosofia dei campionati giovanili.
Nel frattempo però i tecnici non devono rassegnarsi e scaricare le proprie responsabilità, ma seguire dei criteri e dei principi scientifici nell’attività con i ragazzi, fare loro richieste coerenti con le finalità a lungo termine e riporre aspettative commisurate all’età.
Questa mentalità va trasmessa anche a genitori e dirigenti che spesso vogliono i risultati subito.
I tecnici hanno il compito di divulgare questi principi con estrema chiarezza.
Tennislab: Secondo te verso che età il tennis dei bambini può cominciare ad avvicinarsi a quello degli adulti?
Robazza: Solo dopo un lavoro intensivo sulle capacità coordinative può iniziare la specializzazione sportiva.
Questo non vuol dire che i ragazzini non debbano fare tennis, è chiaro che devono farlo se vengono per giocare a tennis.
E’ il modo in cui l’attività sportiva viene proposta che deve essere rivisto. In qualsiasi sport, tennis compreso, vanno proposte delle esperienze motorie variate attraverso il gioco ed altre attività ludiche. Verso i 12-13 anni ci sarà una percentuale di esercizi specifici sempre maggiore, fino ad arrivare, in funzione dell’evoluzione del ragazzo e delle sue capacità, a una progressiva specializzazione. Introducendo la specializzazione a tempo debito i risultati migliorano e c’è una maggiore longevità nella carriera sportiva.

sabato 15 agosto 2009

BAMBINI ED EDUCAZIONE SPORTIVA

Tratto da http://atpiombinese.myblog.it


Titolo originale: A PROPOSITO DI... EDUCAZIONE ALLO SPORT


AUTORE: Roberto Catalucci


Gli elementi fondamentali di cui i dirigenti sportivi , gli insegnanti e i genitori devono tener conto al fine di favorire una pratica sportiva educativa, si possono, sintetizzare nei seguenti: in primo luogo una società sportiva che sia fucina di valori importanti, che veicoli la trasmissione dei principi formativi dello sport. In secondo luogo che si disponga di insegnanti che abbiano chiara oltre che la visione sportiva della disciplina proposta, legata all’essere degli “esperti” della stessa, cioè soggetti che “sappiano”, che “sappiano fare” e che “sappiano far fare”, anche e soprattutto la “responsabilità” pedagogica, cioè l’essere empaticamente abili a dare risposte alle mutevoli richieste provenienti da un universo adolescenziale, caratterizzato sempre più da una variegata complessità. In fine, come ulteriore elemento, un’attività che si sviluppi con perseveranza seguendo un preciso progetto educativo:perseveranza significa anche condivisione costante, per quanto possibile, di un’unica figura didattica, in quanto indispensabile presenza durante tutto l’anno, sia in fase di addestramento che nell’ambito, sopratutto, dello svolgimento delle gare, se vuole essere il riferimento preciso e competente di cui i suoi allievi abbisognano. Questi non sono elementi che si percepiscono comunemente, ma sono caratteristiche di quegli ambiti nel quale operano professionisti attenti a dimensioni che oltrepassano il mero risultato, analizzando altresì la prestazione ad esso correlata. Lo sport, pensato per i bambini non deve esclusivamente e necessariamente addentrarsi nelle logiche del “campionismo”. Il dirigente e l’insegnante, altrimenti, si rendono complici nel rappresentare il primo anello della selezione sportiva, una realtà che sta pervadendo la cultura contemporanea afferente allo sport, e che rappresenta la causa principale della disaffezione per la pratica ludico-agonistica con conseguente abbandono precoce della stessa, depauperandola della indubbia valenza formativa e sociale.

Per conseguire tale finalità risulta importante non demonizzare la sconfitta, (enfatizzando solo la vittoria) sottolineandone altresì il suo valore e la sua utilità, perché essa può essere di aiuto al miglioramento del proprio gioco, può essere un elemento importante per la ricerca di soluzioni alternative, “soltanto conoscendo le cose che non vanno, riflettendoci e ponendovi rimedio si può crescere”. Gli insegnanti devono stimolare i loro allievi a profondere il massimo impegno nelle attività intraprese, devono educarli ad amare il gioco, la prestazione, prima che il risultato, solo chi antepone il piacere dell’azione sportiva ben congegnata, al di là del risultato momentaneamente non positivo, proseguirà in seguito la pratica sportiva. Il più delle volte abbandona precocemente, chi ha ottenuto buoni risultati in tenera età, ma non li ha saputi procrastinare negli anni della piena maturità sportiva, quando cioè non trova più una stretta correlazione tra lo sproporzionato impegno profuso, e la sopraggiunta carenza di risultati, inseguendo la logica del profitto immediato a scapito di una visione prospettica del problema legata ad un apprendimento olistico, ossequioso cioè del rispetto delle radici emotiva, coordinativa e tecnico-tattico-strategica relative ad una corretta proposta didattica. Se l’investimento sportivo verte esclusivamente sul conseguimento dei risultati, quando questi ultimi vengono meno, si perderà anche la spinta propulsiva a proseguire. Se, invece, si ama lo sport per quello che rappresenta, cioè la soddisfazione di praticarlo in modo sempre più consapevole, da leader di se stesso e non da follower, cioè in forma pro-attiva anziché reattiva, come esperienza di crescita da condividere con gli altri, più alte saranno le probabilità di una pratica duratura e di successo, perché si attiveranno gli imprescindibili cicli virtuosi dell’emozione: apprendimento-divertimento e pratica- successo.

I BAMBINI E L'AUTONOMIA

Tratto da http://atpiombinese.myblog.it


Titolo originale: A PROPOSITO DI AUTONOMIA


AUTORE: Roberto Catalucci


I genitori non devono pensare di vivere una seconda vita attraverso i loro figli. Pochi bambini diventano grandi campioni, ma tutti devono essere grandi uomini …


Vi è la ferma convinzione che l’autonomia risulti essere un aspetto fondamentale ed imprescindibile per la costruzione della sfera intellettiva del bambino. Questa riflessione, nasce dall’esigenza assolutamente rilevabile, nell’ambito del nostro vissuto sportivo quotidiano, di fornire una chiave di lettura alternativa al modo di procedere di molti genitori ed insegnanti di tennis, che intravedono nei loro ragazzi degli strumenti indispensabili al fine di placare le loro recondite frustrazioni e realizzare le loro ambizioni represse, tenendo comportamenti alquanto discutibili e riversando sui malcapitati un fardello di responsabilità talmente oneroso da sopportare, che il più delle volte provoca un senso di disaffezione al nostro meraviglioso sport se non addirittura l’abbandono precoce dello stesso. Non dobbiamo dimenticare che per un bambino una partita, non è mai “soltanto un gioco” un puro divertimento, od un modo per distrarsi da preoccupazioni più gravi. Per un bambino giocare una partita può essere, ed il più delle volte è, un’impresa molto seria dal cui esito dipende la sua autostima ed il suo senso di competenza. In altre parole, il gioco è la sua realtà; questo estende il significato di una partita ben oltre i limiti che può avere per un adulto. Perdere la partita non fa dunque parte del gioco, come è, o dovrebbe essere, per l’adulto; è un’esperienza che mette in dubbio, ed a volte mina, il senso di competenza personale del bambino. Ben lungi dall’essere parte del gioco, la sconfitta non è solo un affronto, è qualcosa che, mettendo in discussione la sua dignità e dunque la sua integrità personale, mette in difficoltà i suoi stessi equilibri; e questo va impedito a qualunque costo. Poiché gli fa temere di perdere davanti agli adulti la sua dignità, una serie di sconfitte può davvero disgregare tutta la padronanza di se, al punto che improvvisamente il piccolo giocatore non riesce più a distinguere tra la realtà del gioco e la realtà della sua vita. Ecco perché lo stesso bambino, che dimostra di conoscere le regole del gioco e bada a che anche l’avversario le rispetti, finchè ha la speranza di vincere, ad un certo punto, quando pensa di stare perdendo, si mette a bella posta a trasgredirle. E’ un comportamento che sovente lascia sconcertati i genitori ed i maestri: se sa giocare così bene quando vince, come mai gioca scorrettamente quando perde? Per l’adulto si tratta dell’identica situazione, e comunque sempre di un gioco; per il bambino, di due realtà molto diverse. Quando vince, si esalta oltre ogni ragionevolezza, considerato che si tratta “solo di un gioco”. Quando perde, si sente umiliato e reagisce di conseguenza: la sua maturità si incrina, esattamente come succede a molti adulti quando hanno la sensazione di essere umiliati. In questo scenario che ruolo devono assumere i genitori ed i maestri in ascolto empatico dei loro ragazzi? Dal loro atteggiamento deve scaturire amore e fiducia nei loro confronti, devono far capire loro che non si è grandi quando non si cade mai, ma quando si cade e troviamo in noi la forza di rialzarci. Devono far capir loro che la vita sportiva e non, è costellata di problemi, proporzionati alle capacità di ognuno e che il problema, ed il superamento dello stesso li renderà più felici e sicuri di se. I genitori ed i maestri non si devono sostituire ai loro ragazzi nella risoluzione dei problemi, ma devono far si con la loro presenza di creare le condizioni cognitive affinché il ragazzo stimoli le proprie capacità di autorisoluzione del problema, diventi un leader di se stesso e non un follower. Se diventiamo assolutamente indispensabili a qualcuno, vuol dire che ci stiamo allontanando da ciò che può essere definito un sano aiuto. Aiutare vuol dire sostenere, non sostituire. Quando il bambino affronta difficoltà necessarie alla sua crescita, non dobbiamo intrometterci cercando di alleviare la pena caricandoci eroicamente dei suoi pesi. Non dobbiamo giocare a fare Dio nella vita degli allievi che aiutiamo: non saremo mai all’altezza del ruolo. Troppo spesso decidiamo che questo o quello non deve accadere e di conseguenza facciamo di tutto per risolvere i problemi altrui con le nostre forze: l’effetto sui ragazzi di tale atteggiamento è l’indebolimento e la sempre maggiore dipendenza da noi. Vi è ferma convinzione nell’affermare che questo tipo di aiuto è egoistico e tende a farci sentire importanti per quelle persone che guardano a noi, confusi, davanti alle difficoltà del nostro sport. Quando aiutiamo in questo modo, per chi lo facciamo? Le lezioni di vita più importanti si imparano nella sofferenza. Chi aiuta “sa” dire no! Sa tirarsi indietro quando l’altro deve provare a sbagliare. Sa poi essere pronto ad aiutarlo a rialzarsi ed infondergli fiducia per buttarsi nuovamente nell’esperienza. Chi aiuta guarda al potenziale dell’altro e lo spinge al di la dei suoi limiti, anche se questo diventa scomodo ed irritante. Chi aiuta sa rinunciare all’approvazione a favore della crescita dell’altro. Chi aiuta deve credere che l’altro ce la può fare e deve lottare perché ce la faccia da solo!

INSEGNARE AD AMARE IL TENNIS

Tratto da http://atpiombinese.myblog.it


Titolo originale: A PROPOSITO DI EMPATIA


AUTORE: Roberto Catalucci


Per molti anni, nel nostro ambiente, si è erroneamente pensato, che la disciplina sportiva del tennis si potesse insegnare attraverso una esclusiva trattazione della tecnica, e che gli altri aspetti, emotivo, tattico- strategico e coordinativo fossero di marginale importanza. Oggi sosteniamo che tutti gli elementi sopra menzionati debbano essere affrontati dal maestro di tennis in modo strettamente correlato ed interdipendente tra loro, al fine di favorire la crescita equilibrata dell’uomo-atleta-tennista.

Nella visione didattica moderna del maestro di tennis, a nostro modo di vedere, l’aspetto emotivo deve assolutamente precedere gli altri come importanza, in quanto basilare al fine di raggiungere, nei ragazzi, un buon livello di gradevolezza ed accettazione dello sport in genere e, per quanto ci riguarda, del tennis in particolare. Troppo spesso i maestri trascurano erroneamente questo concetto, pensando che le persone con cui interagiscono non siano in contatto con il loro vissuto emozionale, gettando inconsapevolmente le basi per il rifiuto dello sport, con conseguente abbandono precoce dell’attività. A tal proposito, interessante risulta rilevare come l’emozione sia argomento centrale nel dibattito intellettuale contemporaneo, indipendentemente dal fatto che a parlarne siano personaggi religiosi o laici.

Il Pontefice Giovanni Paolo 2° in una sua recente enciclica ha mirabilmente sintetizzato in questa frase quanto sopra esposto:”Non c’è apprendimento se non c’è amore”.

Pine e Gillmore due noti economisti esperti in relazioni umane, in un loro libro dal titolo “Economy Experience” definiscono con il termine economia dell’esperienza, l’economia che fonda il successo di un’azienda sulla qualità delle percezioni emotive indotte nei consumatori e nel pubblico, ovvero i potenziali clienti. Prodotti e servizi possono essere quindi concepiti come “Contenitori di esperienze ricche di significato emozionale”.

Daniel Goleman, eminente studioso nell’ambito della socio-psicologia relazionale, nel suo libro”Intelligenza Emotiva”, sostiene che le emozioni e le sensazioni devono integrare in maniera assolutamente speciale l’intelligenza razionale di cui è impregnata la società contemporanea trasformandola in intelligenza emotiva. Come facilmente si evince, il maestro di tennis, non può sottrarsi dall’essere protagonista di questo nuovo modo di “ascoltare” la professione, dovendo egli svolgere un compito molto delicato a stretto contatto con i protagonisti più fragili ed emotivamente vulnerabili della sua professione: i bambini.

Tale radice emotiva, trova il suo significato più profondo nel concetto di empatia (dal greco en-phatos, sentire dentro). L’empatia è la capacità di mettersi nei panni delle persone, indipendentemente dal fatto che ci stiano simpatiche o meno, per comprendere meglio le loro emozioni, e trovare la risposta più appropriata ai loro desiderata. L’empatia è, in definitiva, l’arte di andare in scena nella quotidianità ed interpretare con stile il proprio ruolo personale e professionale, entrando in contatto con le persone. Quindi nasce dalla propria interiorità, pur avvalendosi di alcune tecniche, non è una tecnica bensì un intenzione. Come per un attore, per il quale la dizione, la postura e la respirazione sono tecniche fondamentali per recitare ma non possono sostituire il suo pathos. E’ la differenza tra saper recitare(impadronirsi di buone tecniche) e saper interpretare (aggiungere l’anima). Le tecniche di comunicazione interpersonale (potremmo definirli i contenitori dell’energia) sono solo strumenti efficaci e perfezionabili, ma non trasmettono il pathos. E’l’intenzione con cui vengono utilizzati che fa la differenza. E’ così che esprimiamo il nostro talento relazionale. Il maestro empatico sa che per quante competenze tecniche possa adottare nel contatto con i bambini, è solo la sua intima intenzione autentica e personale di immedesimarsi in loro e di servirli nel senso più nobile del termine, che farà di lui una persona che ispira fiducia. Il maestro di tennis, praticamente, deve sviluppare questo approccio empatico nei confronti dei bambini sin dagli inizi dell’esperienza didattica. Tale corretto approccio prevede di curare in modo attento l’accoglienza emotiva in campo dei suoi piccoli allievi, soddisfacendo quel senso di autostima immediato che si prova quando qualcuno ci gratifica con piccoli segnali di apprezzamento. Da questi piccoli accorgimenti il bambino ricava la sensazione di essere nel posto giusto, trovandosi immediatamente a suo agio. Ci piace paragonare il maestro empatico ad un pescatore desideroso di fare buona pesca. Se il pescatore arma il suo amo con il genere di cibo che piace a lui, è probabile che di pesci non ne prenda neanche uno. Perciò egli si serve, come esca, del cibo che piace al pesce. Con i bambini è la stessa cosa. Se cercheremo di far loro una predica su ciò che noi consideriamo edificante, non li prenderemo mai. L’unico sistema è quello di presentarsi a loro con qualcosa che veramente li emozioni e li interessi. Il maestro empatico deve conoscere le tecniche per condurre un gruppo, come il pescatore deve sapere che esca mettere per quel pesce, il pescatore deve anche sapere come proporre l’esca al pesce, così il maestro deve conoscere l’arte per proporre l’attività scelta in modo che essa venga accettata e porti i frutti che si erano preventivati. Il maestro deve essere brillante cioè spiccare tra gli altri, perché originale, geniale. Non può essere un “anonimo mediocre”. Deve essere capace di cogliere le battute al volo per girarle a suo uso, deve avere il coraggio di modificare un programma, deve aver la temerarietà di lanciarsi a fare cose stravaganti ma intelligenti, deve possedere una fantasia aperta per scoprire ed inventare nuove attività, deve aver l’umiltà di mettersi in discussione finalizzando il tutto all’obiettivo principale per il quale i bambini devono avvicinarsi ad uno sport: il gioco.

Il maestro di tennis deve gestire al meglio la situazione didattica composta da allievi , atmosfera, maestro, esercizi, creando un’atmosfera accattivante, evidenziando esercizi coinvolgenti che pongano l’allievo al centro dello scenario didattico, innescando in tal modo il circuito virtuoso rappresentato da emozione-ricordo positivo- ritorno.

In definitiva il maestro deve far interessare i bambini alla sua persona, coinvolgerli emotivamente, ascoltandoli in modo attivo, ed apprendere il nostro meraviglioso sport, sarà per loro più semplice di quello che si pensi, deve farli “ammalare” di tennis.

LE RADICI DELL'INSEGNAMENTO DEL TENNIS

Tratto da http://atpiombinese.myblog.it


Titolo originale: NUTRIAMO L'ALBERO... DEL TENNIS


AUTORE: Roberto Catalucci

Per molti anni, si è erroneamente pensato, che la disciplina sportiva del tennis, si potesse insegnare

attraverso una esclusiva trattazione della tecnica, e che gli altri aspetti, emotivo, tattico, strategico

e coordinativo fossero di marginale importanza. Oggi sosteniamo che tutti gli elementi

sopramenzionati, debbano essere affrontati dal maestro di tennis in modo strettamente correlato ed

interdipendente tra loro, al fine di favorire la crescita equilibrata dell’uomo-atleta-tennista. A tal

proposito esemplificativa è la seguente immagine:

(disegno albero)

lo studioso Hubert Schneider (Riva del Garda 1997), ha sapientemente paragonato lo sviluppo di un

giovane o di una giovane tennista, alla crescita di un albero. Se così è allora stiamo bene attenti che

tutti i rami si sviluppino nel migliore dei modi. I rami sono: la tecnica, la condizione fisica,

l’allenamento, la motivazione, l’alimentazione. Non dobbiamo dimenticare però che un albero

diventa bello, può crescere, svilupparsi e sopravvivere anche a periodi burrascosi (per il giovane

tennista può voler dire quando, ad un certo punto, non riporta più successi, quando deve incassare

delle sconfitte, quando non migliora costantemente) se le radici ben costruite nel suo bagaglio

esperienziale sono un insegnamento emotivo, un insegnamento coordinativo ed un insegnamento

tattico-strategico.

Radice emotiva

Tale radice è quella che a nostro avviso deve precedere le altre come importanza, perché basilare

nel raggiungimento di un buon livello di gradevolezza ed accettazione dello sport in genere e del

tennis in particolare,da parte dei ragazzi. Troppo spesso i maestri trascurano erroneamente questo

concetto pensando che le persone con cui interagiscono non siano a contatto con il loro stato

emozionale, gettando inconsapevolmente le basi per il rifiuto dello sport, con conseguente

abbandono precoce dell’attività. Di tale radice ne abbiamo parlato approfonditamente in

precedenza.(n°4 di questa rivista)

Radice coordinativa

Le capacità coordinative sono le premesse dell’apprendimento necessarie per imparare tecniche

nuove, nuovi tipi di sport. Il tennis è uno sport che richiede precisione, elevata rapidità di

movimento e capacità di adattamento in situazioni soggette a continuo cambiamento, quindi da ciò

risulta chiaro come tale disciplina richieda una buona dose di capacità coordinative. Pertanto il

maestro dovrà nel corso del suo insegnamento tenerne conto, proponendo esercitazioni sempre varie

nella forma e nei contenuti al fine di sviluppare un atleta con una visione del gioco a “mappa

motoria elastica”. Per dare una chiave di lettura scientifica, di tipo galileiano, a quanto sostenuto fino ad ora, riportiamo l’autorevole pensiero dello studioso svizzero Arturo Hotz che così recita:”Lo sviluppo delle capacità coordinative sono il presupposto per l’apprendimento delle abilità tecniche, che a loro volta, sviluppano le capacità coordinative”. La generazione passata dei “raccattapalle”, si è coordinata giocando a tennis, in quanto tutto il bagaglio motorio si arricchiva di un patrimonio di esperienze proveniente dai giochi di cortile ed informali, eseguiti negli spazi più disparati e negli orari lasciati liberi dalla scuola. La didattica specifica del tempo, non poteva “emozionare” i ragazzi in quanto incentrata su un insegnamento gestuale analitico espresso sottoforma di lunghe ed interminabili file indiane di bambini, che colpivano durante un ora di gioco un numero esiguo di palle. Si imparava al “muro” o nei rari spezzoni di ore “rubati” ai soci adulti. Oggi il panorama è sostanzialmente mutato, i bambini godono di scarsa “autonomia” da parte dei genitori, visti i problemi che la società moderna presenta quotidianamente (droga, pedofilia, cementificazione selvaggia), trascorrono molto tempo a scuola, hanno molteplici altri impegni, sono attratti dai giochi elettronici che alimentano il loro senso di sedentarietà; pertanto nel praticare il tennis è necessario insegnare in modo artificioso cosa vuol dire la coordinazione, allestendo accanto all’area tecnico-tattica-strategica del maestro di tennis, un’area “attrezzata” in cui il preparatore fisico li educhi al movimento e li prepari ad affrontare una disciplina complessa quale è il tennis. Quindi seppur il minitennis, rispetto alla didattica del passato ha restituito appeal al nostro sport, in quanto ha riconquistato la tipicità dello stesso attraverso l’interattività, emozionando maggiormente i bambini, il maestro deve necessariamente fare i conti con le problematiche affrontate in precedenza trovandosi di fronte alla condicio sine qua non di approntare un tipo di insegnamento coordinativo .Tale sviluppo coordinativo riconosce quale fase sensibile di massimo incremento, l’età che va dai 5 agli 11 anni, periodo durante il quale il bambino è particolarmente ricettivo a nuove forme esperienziali di movimento, superata tale età, egli mantiene ciò che ha acquisito fino ad allora, facendo intravedere, nonostante un lavoro specifico, un minimo incremento del suo bagaglio motorio.

Radice coordinativa in pratica

Insegnamento della coordinazione significa movimenti semplici in condizioni difficili. Realizzare movimenti semplici in condizioni difficili, variabili, combinate, porta i ragazzi all’apprendimento delle relative capacità. Dovremo utilizzare quindi il “principio della variazione”. Variazione significa:cambiare racchetta, cambiare palline, cambiare l’altezza della rete, cambiare gli spazi, le distanze. Nel tennis abbiamo una quantità incredibile di possibilità di variare. Altro principio è quello della “combinazione”, cioè gli schemi fondamentali, ad esempio il diritto (non importa che sia a rimbalzo od al volo) rimangono gli stessi, ma devono essere adattati l’uno all’altro, quindi non si deve eseguire un colpo soltanto, ma più colpi con finalità tattico-strategiche(operazioni),insieme al movimento, cioè alla corsa, insieme a tutte quelle varianti che il gioco contempla. Il tennis inoltre è uno sport di rimando e di organizzazione, dove la palla e l’osservazione della stessa risultano essere elementi fondamentali per potersi muovere in maniera corretta. La capacità di anticipazione motoria, può a pieno titolo essere annoverata nell’ambito della capacità coordinativa di reazione .Tale capacità ci permette di capire dalle informazioni semantiche inviate dal nostro avversario (postura, posizione del piatto corde all’impatto) , il tipo di palla che ci arriverà potendosi muovere con perfetta scelta di tempo. Due concetti didattici che vanno sviluppati al fine di affinare questa dote sono:la sensibilità per la palla, cioè la perfetta intesa che il giocatore,non importa se calciatore o tennista, deve affinare e lo studio della palla inteso come calcolo della traiettoria, della direzione, della complessità, dell’energia di arrivo della stessa.

Radice tattico-strategica

Il mini-tennis, si pone come obiettivo iniziale quello della comprensione del gioco, al fine di attuare embrionali schemi tattico-strategici. Per strategia,si intende la capacità del giocatore di interpretare la gara in funzione delle proprie caratteristiche ed in relazione alle caratteristiche dell’avversario. Si attua attraverso un analisi del match che può avvenire antecedentemente, contestualmente o successivamente alla prestazione sportiva. La tattica sportiva è l’arte di condurre la competizione, usando al meglio i mezzi tecnici, fisici, psicologici ed in funzione della situazione esterna al fine di attuare la strategia e raggiungere il massimo risultato sportivo. Al concetto di strategia è associata la definizione che si dà del tennis quale sport di interpretazione od anche di iniziativa,quindi come finalità si deve conseguire in gara ed in palleggio un atteggiamento di tipo pro-attivo, in antitesi a quello di tipo re-attivo, spieghiamo i concetti:quando invece di re-agire, decidiamo di agire con consapevolezza,vuol dire che scegliamo, gestiamo l’azione di gioco invece di subirla. Allenare il proprio stile pro-attivo vuol dire sviluppare fiducia in se stessi, nelle proprie risorse, per rispondere nel modo più appropriato a qualsiasi stimolo. Re-agire in gara vuol dire identificare la vittoria nella regolarità e nell’attesa dell’errore dell’avversario (scelta passiva). Al concetto di tattica è associata la definizione che si dà del tennis quale sport territoriale, il bambino deve comprendere che nel rapportarsi ad una determinata superficie di gioco, deve svolgere operazioni che tengano conto della presenza di un avversario e delle difficoltà inerenti la palla da gestire. Pertanto bisogna raffinare il triplice colpo d’occhio caratteristica peculiare del tennista:palla-avversario-spazio conveniente.

Il significato della tecnica nel mini-tennis

Lo studioso Platonov definisce la tecnica sportiva in generale, come un insieme di azioni ed operazioni finalizzate a risolvere determinati compiti motori specifici di una disciplina sportiva. La tecnica nello sport, rappresenta lo strumento principe per conseguire gli obiettivi di ordine tattico-strategico dai più semplici ai più complessi. Facciamo un esempio pratico:dall’analisi del match,mi sono reso conto che il mio avversario”soffre” le palle alte sul rovescio(strategia), quindi mentalmente appronto un piano di gioco(tattica) che prevede l’utilizzo di servizi kick e colpi dal basso a rimbalzogiocati in rotazione top-spin che hanno come effetto di destabilizzare il suo punto ideale d’impatto(medio-basso) provocando percentualmente un alto tasso di errori. Il disegno tattico-strategico è perfetto, teoricamente, ma per attuarlo praticamente occorre che io abbia una padronanza tecnica assoluta nell’esecuzione tecnica dei colpi occorrenti all’uopo,altrimenti tale progetto non riesco a realizzarlo e rientro nella categoria dei giocatori teorico-virtuali. Nell’albero della crescita di cui abbiamo trattato, la tecnica rappresenta un ramo nobile, pertanto non è il fine ultimo da perseguire ma uno strumento assolutamente indispensabile, che nel mini-tennis occorre utilizzare per garantire il conseguimento dell’obiettivo primario da raggiungere, vale a dire il gioco. D’altra parte per consentire il raggiungimento di obiettivi tattico-strategici e per garantire il divertimento, è necessario che il maestro proponga un insegnamento tecnico semplice, graduale ma adatto a consentire agli allievi di raggiungere quelle competenze che li pongano in condizioni di successo immediato. Ad esempio giocare delle partite in cui gli allievi devono limitarsi a contare i punti senza essere in grado di eseguire una serie di scambi con regolarità, inficia la possibilità di divertirsi pur rispettando la tipicità del gioco. Pertanto la tecnica nel mini-tennis la affronteremo in questo modo:

fase avviamento(6-7 anni) definita anche del controllo o di acquisizione tecnica,

in questa fase è opportuno proporre l’insegnamento di quelli che possiamo definire i pre-requisiti della tecnica che sono:

1)posizione atletica

2)studio della palla

3)impugnatura

4)azione delle gambe

5)assetto braccio-racchetta

la simbiosi di tali pre-requisiti consente di raggiungere l’obiettivo tecnico-tattico primario del mini-tennis cioè il controllo di palla. Se il maestro riuscirà ad ottenere dai suoi allievi l’acquisizione tecnica del controllo di palla, li metterà in grado di divertirsi perseguendo obiettivi di ordine tattico-strategico.

Fase del pre-perfezionamento(8-10 anni) o fase dello sviluppo tecnico.

In questa fase l’insegnamento tecnico andrà interpretato come l’anello di congiunzione con il modello di prestazione a cui noi maestri dovremo tendere, quindi dovranno essere presenti elementi caratterizzanti dei colpi, attinenti con tale riferimento. Concludendo, il maestro moderno dovrà attuare un insegnamento situazionale a due velocità. Dopo un primo periodo in comune nella fase di avviamento, durante il pre-perfezionamento, i bambini che denotano buone qualità svilupperanno una didattica atta a proiettarli in termini di prospettiva verso un tennis attinente al modello di prestazione manifestato dai più grandi tennisti attuali, nel mondo. I bambini che denotano particolari difficoltà di apprendimento, svilupperanno una tecnica più tradizionale e semplice, mirata ad ogni buon conto al conseguimento dell’obiettivo principale che si pone la pratica di ogni sport intrapreso in fase giovanile: il gioco. Il maestro che non cavalcherà l’onda del cambiamento e della modernità, in ascolto attivo della sua professione, rischierà di esserne sommerso.